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L’elefante che non poteva scegliere

Storia di una libertà violata

In questi giorni tutti abbiamo letto della brutta notizia dell’elefantessa, morta in maniera crudele per aver ingerito un ananas al cui interno erano contenuti petardi. La prima notizia, poi smentita, sosteneva che l’ananas contenente i petardi, le era stata data volontariamente. La versione ufficiale invece, pare essere che l’ananas era stata messa per allontanare i cinghiali selvatici, e che l’elefantessa l’ha ingerita per caso.
Ora ci sarebbe anche da dire se questa modalità di allontanare i cinghiali è moralmente accettabile o meno, ma non è questo l’obiettivo del mio post.

L’elefantessa era incinta. La gravidanza di un elefante dura 22 mesi e l’elefantessa in questione era incinta da 4 mesi, in pratica il 18% della gravidanza. Ricordiamoci questi numeri perché sembrano importanti, per alcuni.
Ovviamente tutto ciò ha dato vita a tanti commenti e nessuno, animalista o meno, ne è rimasto indifferente. Passati i primi momenti di sdegno, dove sui social giravano immagini con l’elefantessa che chiedeva scusa al suo cucciolo raffigurato ancora nella sua pancia, o immagini dell’elefantessa che con la sua proboscite abbracciava il suo piccolo, è nata una nuova polemica: è iprocrisia piangere un cucciolo di elefante ma non piangere per i milioni di cuccioli d’uomo che muoiono a causa dell’aborto.

Siamo noi umani che dovremmo piangere per la nostra crudeltà

In Italia l’aborto viene legalizzato con una legge del 1978, confermata successivamente da un referendum popolare nel 1981. Leggete bene “legalizzata”, imporante questo concetto perchè non è che prima non esisteva, esisteva comunque, le donne finivano in mano a dei presunti medici che erano in realtà ciarlatani, rischiando seriamente la vita. La legge dice che è possibile abortire entro il terzo mese di gestazione quindi al 33% del periodo di gravidanza.
Con questi numeri possiamo capire meglio il fulcro della polemica, il 18% della gravidanza di un’elefantessa è molto meno rispetto al 33% della gravidanza di una donna, se in questo ultimo caso ammettiamo l’aborto sostenendo che sia un “cumulo” di cellule e non una vita allora non era un’altra vita neanche quel “cumulo” di cellule in grembo all’elefantessa barbaramente uccisa.

Ciò che io credo sfugga in tutta questa storia è il prezioso concetto di libertà, di libertà di scelta, o quello che i cattolici definiscono “libero arbitrio”. Una donna è un essere umano dotato di un cervello razionale, con cui prende decisioni, giuste o sbagliate che siano, con cui possiamo essere d’accordo o meno. Un elefante è un animale dotato di istinto che non può scegliere, questa è la grande differenza. Quel “cumulo” di cellule al 18% era una vita perchè l’elefantessa non avrebbe mai deciso di abortire perchè non è nelle sue facoltà, e allora quel “cumulo” di cellule sarebbe cresciuto, sarebbe diventato una vita e sarebbe nato. E invece no. No perchè il cervello pensante di un essere umano ha deciso per lei.

Non è possibile paragonare una donna ad un elefante o a qualsiasi animale. Ci sono mille motivi per cui una donna decide di abortire, che diventano mille motivi per cui la legge sull’aborto è stata ed è la legge, forse, che ha segnato più di tutte la vera evoluzione del genere umano verso la civiltà. Ad esempio: come si può pretendere che una donna che rimane incinta a seguito di una violenza sessuale, debba per forza tenere questo bambino/a? Obbligarla, senza lasciarle la libertà di scelta, sarebbe una crudeltà immensa, la stessa crudeltà umana che ha spinto qualcuno a mettere dei petardi in un ananas alla portata di un elefante o di un cinghiale.

Che poi oggi si abusa di tutto sono d’accordo. Probabile che, con la legge sull’aborto spesso si concepisce e poi si ricorre all’aborto con leggerezza e superficialità. Ma questo è un altro discorso, dovremmo forse ragionare sul fatto che, per tante ragioni alcuni valori sono andati perduti, ma non possiamo pretendere che, a causa dell’irresponsabilità di alcuni, debbano pagare tutti e soprattutto non possiamo, per alcuni irresponsabili, perdere il nostro bene più prezioso: la libertà.

Chiudo dicendo che un animale non avrebbe mai commesso un così ignobile gesto.

Dovremmo noi chiedere scusa a voi!

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